Un bagno pulito, tenuto piuttosto bene, bianco, immacolato. Un ragazzo che si rade la barba per circa 6 minuti. E’ il giovane americano medio. Partendo da questo gesto straquotidiano, però, il protagonista, apparentemente non soddisfatto del proprio lavoro, finisce man mano per dissanguarsi. E il sangue scorre a fiotti, sconvolgendo lo spettatore inconsapevole. E’ forse il più noto fra i corti indie con le sue bizzarre sfumature pre-splatter.
E’ il quarto cortometraggio di un giovane regista: Martin Scorsese (siamo nel 1967). Secondo alcuni critici la metafora chiave dell’opera viene interpretata come l’autodistruzione che gli Stati Uniti degli anni ’60 stavano infliggendosi con la guerra del Vietnam (da qui il titolo alternativo con cui è conosciuta la pellicola: “Viet ’67”). Con la sua immotivata violenza e lo sgorgare impressionante di sangue, fu un pugno allo stomaco clamoroso per gli americani; quando i giovani registi ancora osavano con audacia. Nonostante la tematica piuttosto forte e scandalizzante per l’epoca, Scorsese sviluppa nel corto quell’ironia e quel sarcasmo che saranno sempre parte dei suoi futuri (capo)lavori. Anche la colonna sonora contribuisce a creare un’atmosfera più che insolita; il regista utilizza, infatti, “I Can’t Get Started” di Bunny Berigan, un celebre pezzo jazz registrato nel 1939. Surreale e avanguardistico.
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